Le Troiane di Euripide e Seneca

Regia di Maurizio Carlo Luigi Vitale

Prima nazionale nell’ambito dello Zabut Teatro Festival 2012

Sinossi

Troia è caduta, dopo dieci anni di assedio i Greci hanno battuto i Troiani grazie al “Cavallo di legno” ideato da Ulisse. Un gruppo di donne attende la propria sorte. Vittime di guerra hanno perso tutto e ora marchiate dal marchio dell’infamia: una fascia sul braccio con stampato un codice a barre che le identifica come “merce”, attendono di essere destinate e usate dai nuovi padroni i vincitori. Ecuba regina di Troia; sua figlia Cassandra, dotata del potere della preveggenza dal dio Apollo che ha anche fatto sì che non venga mai creduta; Andromaca, moglie di Ettore e madre di Astianatte, unico bimbo rimasto ma destinato alla morte proprio per la paura di Ulisse di una sua “paterna vendetta”; Elena, moglie di Menelao rapita da Paride e causa della lunga guerra. Quattro donne attendono il loro destino cercando di dare un senso agli avvenimenti, cercando di sopravvivere al loro dolore. Atena, passata dalla parte dei Troiani dopo la violenza subita da Cassandra proprio nel tempio di Pallade è con loro. Le donne che il regista Maurizio Vitale lascia sempre in scena, immerse nelle sonorità astratte di Berio e di Penderecky per citarne alcuni rimangono sempre nello stesso spazio e condividono la stessa sorte, declinando le loro vicende personali in un dramma recitato non in modo rigorosamente aulico ma bensì secondo uno schema più contemporaneo che amplifica la complessità dei rapporti. Senza un coro in quanto sono le donne stesse a divenire coro, in un atto epico che racconta la condizione della donna oggi come allora. Queste donne le Troiane raccontate da Seneca e Euripide attendono la loro sorte ora che sono state strappate ai loro affetti e alla loro terra, attendono la loro destinazione e si interrogano sul proprio destino. In una messa in scena complessa che vede i ruoli dei personaggi principali fondersi nel coro a dimostrare che il destino di una è comunque il destino di tutte le donne e che padrone dello spazio scenico, fortemente claustrofobico dato che è l’unico spazio loro concesso dai Greci vincitori, si fanno da parte e lo abbandonano relegandosi su un lato ogni qualvolta appare un Greco, sia esso Taltibio o Menelao. Si riapproprieranno definitivamente di tutto lo spazio quando morto Astianatte e finalmente decisa e annunciata la loro sorte un peplo funebre avvolgerà i volti e legherà ogni donna al proprio lutto e al lutto di ognuna. Proprio questo lutto darà il via ad un movimento ciclico che ricorda l’inferno nel suo ripetersi all’infinito ma soprattutto ricorda che quanto accaduto si ripete, senza soluzione di continuità immutevole nel tempo. Una messa in scena di ricerca contemporanea dove il regista M. Vitale porta il gesto e l’azione scenica ad appropriarsi della stessa dignità di rappresentazione del testo e della parola. Ed’è proprio la dignità che le donne di Troia non accettano di perdere, sconfitte private di tutto anche del dirittodi seppellire i propri figli come accade per Ecuba e Andromaca restano unite, soffrono ognuna il dolore delle altre come fosse il proprio, trasformando la vittoria dei Greci in una sconfitta. La scenografia, realizzata interamente con materiale di riciclo è composta da bancali in legno, sacchi di juta, tubi in cartone, oggetti che non nascondono la loro contemporaneità e dialogando con il codice a barre che le donne portano sul braccio, raccontano la precarietà della condizione delle donne Troiane, “immagazzinate” in attesa del loro destino. Così come la “Statua nella cassa” descrive il sacco della città di Troia e lo sfregio fatto ai templi. Un dramma intenso dove il dolore delle donne, la loro sconfitta amplifica la loro grande dignità, la loro forza innata e indomabile.